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Un metodo democratico e un'identità con più lingue

Pubblicazione: 
Giovedì, 5 Dicembre, 2013 - 11:17

 

La storia, straordinario terreno di verifica per la cultura e la politica, ci ha insegnato che la civiltà sarda è un conglomerato etnico, risultato di un incontro di popoli, lingue e culture. Finora, però, la testualità che è stata variamente prodotta nell'Isola è stata erroneamente considerata come parte esclusiva del sistema culturale italiano, come se ne avesse da sempre fatto parte, e non abbia invece, anch'essa, una sua storia particolare inserita con una sua specificità nel contesto mediterraneo: particolare per ragioni geografiche, ambientali e culturali, per condizioni e vicissitudini storiche, per identità e diversità linguistica. Il Novecento ci ha insegnato che il rapporto dell'io col mondo è mediato dai linguaggi, cioè dal simbolico ed è caratterizzato dall'interpretazione. Le lingue si formano nel dialogo ed esse stesse sono dialogo, cioè reciprocità, contaminazione, perché dialogica è la verità. Il mondo non esisterebbe se non "per" il soggetto conoscente che lo intenziona. Quel "per" è il ponte tra l'io e il mondo, è l'insieme dei linguaggi, il "discorso" del mondo, la cultura stessa. Il multiculturalismo, il plurilinguismo, il relativismo e i metodi della complessità hanno, dunque, messo in crisi, insieme al concetto ottocentesco di stato nazione, anche l'idea stessa di cultura nazionale monolitica e monolingue. Ancor di più in un mondo globalizzato, infatti, ogni punto di osservazione diventa centro, e locale e globale possono vivere in un rapporto dialettico costruttivo e perenne. In virtù di ciò è necessario, come ha scritto Lotman, "non solo aumentare le qualità di comunicazione nelle lingue esistenti, ma anche aumentare continuamente la quantità di lingue in cui si possono tradurre i torrenti d'informazione, rendendoli dominio degli uomini". La lingua è il fondamento ultimo delle società umane, la lingua è cultura. Oggi, sulla questione, si confrontano fondamentalmente (con non poche eccezioni, tra le quali merita menzione la posizione dell'università di Sassari), due opposte visioni, entrambe perniciose. Da una parte ci sono coloro che continuano a credere che autodefinirsi cittadini del mondo, secondo una sorta di identità ipertrofica e astratto universalismo, risolva il rapporto con le proprie radici. Dall'altra, per converso, si muovono quelli che, in modo altrettanto provinciale, si sono annullati nel resistenzialismo e nella chiusura ideologica e settaria. Quelli che il rettore Mastino giustamente inquadra nel rapporto dicotomico "amico-nemico". In questa prospettiva l'attuale rinascente sensibilità, per essere valorizzata deve essere governata e salvaguardata sia dalla illusoria esterofilia di maniera, sia dell'altrettanto sterile contemplazione di un'arcaica e inesistente purezza autoctona, destinata al neoisolazionismo. No dunque al perpetuarsi dell'identità coloniale eterodiretta e no, però, anche al nativismo nostalgico, inteso come reinvenzione di una identità statica, antistorica, artificiale, monolingue, legata a una concezione pericolosa ed esclusivista che cerca nel codice genetico la prova della propria e altrui sardità. La nostra Isola non è la Catalogna. Non esistono modelli preconfezionati, validi per ogni realtà: la Sardegna con la sua ricchissima articolazione linguistica e culturale merita un modello che nasca dall'interno, democratico, aperto alle proposte, che si costruisca con gradualità attraverso il dialogo con la società civile e con tutte le istituzioni accademiche e culturali. Da qui dobbiamo ripartire per costruire una "terza via" dell'identità veicolata da più lingue e più codici (letterari, artistici, musicali, teatrali, architettonici), riferibile a tutti gli abitanti dell'Isola. E da qui, nel rispetto della complessità e di tutte le diversità, dobbiamo ripartire per costruire, da protagonisti e da nuovi artefici, il nostro futuro. Nel quadro della competizione, del libero gioco della cultura e della ricerca, occorre puntare, in prima istanza, a fare dei sardi i produttori, i destinatari e i consumatori privilegiati del proprio variegato patrimonio linguistico, culturale e ambientale. Commissione di Ateneo sulla Lingua e la Cultura Sarda dell’Università di Sassari. Dino Manca

 

Da La Nuova Sardegna del 05/12/2013