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Un dizionario degli stereotipi per liberarci da noi stessi. “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso” di Onnis

Pubblicazione: 
Lunedì, 13 Maggio, 2013 - 10:54

 

Che cosa si può provare davanti a un'affermazione secca come «l'identità sarda non esiste»? Probabilmente tante cose diverse. Perplessità, per esempio, oppure fastidio se non rabbia.
Oppure gratitudine.
O più esattamente sollievo: quello di chi si sente scollare di dosso un'etichetta piena di parole a volte contraddittorie, a volte sbagliate, altre volte semplicemente scritte da altra gente.
Il capitoletto “Identità” - che parte con l'asciutta diagnosi della sua inesistenza, per poi articolarsi in un ragionamento più complesso - è uno dei 67 che compongono “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso” di Omar Onnis (Arkadia, 182 pagine, 14 euro). Per un'interessante nemesi storico-geografica questo libro irriverente sugli stereotipi sardeschi, molti dei quali di conio sabaudo, debutterà a Torino. Succederà al Salone del Libro alle 16 di domenica 19, a presentarlo sarà Michela Murgia che firma anche la prefazione.
Onnis è uno storico nuorese che guardando la Sardegna da lontano (vive a Trento) la ripensa, la rilegge e ne scrive sul suo blog sardegnamondo . Adesso molte delle sue riflessioni sono sviluppate in questo glossario, dedicato a smontare con puntiglio, leggerezza e serietà molte delle troppe generalizzazioni che noi stessi accettiamo e diffondiamo sul nostro conto. L'ordine è alfabetico - dalla A di Acabadora alla Z di Zone interne - e il criterio è innanzitutto politico. “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso” vuol essere un gesto di liberazione, sia che si intenda questo termine in un'accezione militante (reazione a un'oppressione, di una deminutio ) sia che si scelga un senso psicologico.
Non a caso fra le non frequenti operazioni analoghe della recente saggistica sarda - inevitabile pensare a “In Sardegna non c'è il mare” di Marcello Fois - quella più consanguinea al libro di Onnis è “I sardi sono capaci di amare”, pubblicato tre anni fa da Franciscu Sedda. Il quel caso era un semiologo, e non uno storico come in questo, a confrontarsi con molte convinzioni dei sardi e sui sardi, molto radicate ma più come un'erba infestante che come pascoli sani. Anche quel testo suggeriva un approccio psicanalitico alla persistenza dei nostri stereotipi: la Sardegna, nevrotizzata dal non riuscire a compiersi come nazione, compensa il trauma con cento rituali risarcitori, e per esempio si inventa una serie di presunte Età dell'Oro del passato per consolarsi di non poterne avere una in futuro.
In “Tutto quello che sai...” il passo è diverso ma anche qui la lettura in qualche modo ha echi freudiani, forse perché quelli che Onnis analizza dalla A alla Z in fondo sono i nostri sogni, e i nostri incubi, e quindi dei racconti simbolici che inconsciamente ci facciamo per restaurare equilibri persi e cicatrizzare ferite aperte.
Prendiamo la M di Matriarcato, tanto per andare in ordine sparso. Come ricorda correttamente Onnis, questa parola «significa qualcosa di abbastanza preciso, ossia un dominio di genere strutturato e istituzionalizzato (in forme rituali, in forme simboliche e anche in forme giuridiche) a favore delle donne. Non si può onestamente sostenere che esista il matriarcato in Sardegna ed è da dimostrare che sia mai esistito». Di sicuro però come idea funziona , nel senso che in tanti trovano seducente l'ipotesi che dentro ogni sarda regni una matriarca. Una scorciatoia per non misurarsi con le disparità di genere? Una formuletta consolatoria per non porsi concretamente il problema del “soffitto di vetro” che nella stragrande maggioranza dei casi ferma l'ascesa delle donne prima che raggiungano vette accessibili agli uomini? Forse: di sicuro è più confortevole e confortante ripeterci che siamo l'isola di Eleonora piuttosto che contare le donne che occupano posizioni chiave nella politica, nell'impresa, nelle professioni (eppure si farebbe in fretta). Ma al tempo stesso è un modo di pensare che in realtà sminuisce l'effettiva emancipazione delle donne sarde rispetto a molte realtà peninsulari. Come dire: a forza di dirti che in realtà sei un'imperatrice in incognito, sorvolo sulla tua laurea magistrale.
La I è una lettera particolarmente fertile, visto che permette di fare i conti tanto con l'Individualismo quanto con l'Invidia. Il primo è un elemento ricorrente nel nostro ragionare su noi stessi, e ambivalente: evocato ora per deprecare una nostra presunta incapacità di collaborare, ora esibito come polizza d'assicurazione etnica contro il radicamento della criminalità organizzata. E però, obietta Onnis dopo aver accolto e soprattutto analizzato quanto di fondato c'è in alcune accezioni dell'individualismo sardo, «se c'è una caratteristica durevole e sempre viva nelle forme di socializzazione e nelle strutture culturali che ci contraddistinguono è l'ingombrante presenza del soggetto collettivo, della comunità, che si tratti di occasioni di celebrazione e di festa, o di più banale spinta conformista verso il comune sentire, c'è sempre un “noi” che aleggia sulle nostre vite».
Quanto all'Invidia - celebrata spesso con la storiella del sardo che potendo esaudire un desiderio a patto che un suo vicino ne goda in misura doppia chiede che gli venga cavato un occhio - Onnis ne dà una lettura sociologica piuttosto asciutta, spiegando innanzitutto che «la radice di quella che comunemente consideriamo invidia nasce nelle comunità sarde dalla rottura traumatica della continuità economica, sociale e culturale dovuta alla modernizzazione forzosa, dall'alto in basso, subita dall'isola negli ultimi duecento anni».
E non sono solo i capitoli a fare giustizia degli stereotipi, o almeno a contaminarli di dubbi dalla B di Battaglie alla N di Nuoro, dalla P di Povertà alla S di Sequestri: un effetto profondamento liberatorio lo dà la cronologia pubblicata in chiusura. La tabella riassuntiva di date ed episodi corre su due colonne, come una partita doppia contabile. A sinistra si legge che cosa avveniva in Sardegna nel Paleolitico, nell'Età del Ferro, nel II sec. a.C, nel Medioevo, nell'Era Moderna, e a destra è elencato ciò che accadeva contemporaneamente in Europa, nel mondo, in Italia. Poche pagine, che riga per riga dissolvono l'idea cupa di un'isola marginale e quella megalomane di un ombelico del mondo negletto.
Siamo un pezzo di mondo. Adesso rilassiamoci.
Celestino Tabasso

Da L'Unione Sarda del 13/05/2013