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NUORO - Nella casa-museo si respira la storia dell'Atene sarda

Pubblicazione: 
Lunedì, 13 Maggio, 2013 - 10:37

 

NUORO Una casa-museo. È naturale entrarci in punta di piedi, camminarci a passi lenti. E parlare sottovoce. Perché vi accolgono decoro e bellezza, arte e storia, cultura e passione politica. Apre la porta di legno massiccio Maria Teresa Pinna Catte, elegante e delicata, nata nell'anno del Nobel a Grazia Deledda. È una donna-istituzione, ha vissuto insegnando inglese e diritto, ha girovagato per il mondo, da Southampton a Washington, Bruxelles e Grenoble. Poi – col metodo della filologa – si è dedicata alla lingua sarda. «Da far parlare ai bambini, prima di tutto». Mito. Aveva un padre-mito, l'avvocato Gonario Pinna che con la toga vestiva sempre un papillon indossando un borsalino a falde larghe. Un conversatore coinvolgente, formatosi a Berlino tra i criminologi di scuola tedesca, penalista di successo, antifascista, prigioniero in un campo di concentramento ungherese, deputato socialista. Con i sardisti Luigi Oggiano e Pietro Mastino, con i nomi sacri sotto l'Ortobene della Deledda, di Salvatore e Sebastiano Satta aveva contribuito a creare il fascino dell'Atene sarda. La moglie era di Sassari, Teresa Ruju. Nel capoluogo della Barbagia era spesso ospite di uno zio piemontese, Antonio Bertino, «voce meravigliosa di soprano». Conobbe Gonario, professionista affermato e ammirato. Nacque un grande amore. Tre figlie: Angiola Maria (morta all'età di dieci anni), Lucia (vive a Nuoro, nella casa paterna con giardino sotto le Grazie) e Maria Teresa. Sorridente. Solare. Vedova di Peppino Catte, di Oliena, docente di latino nei licei, ex comunista passato al Psi dopo i carri armati sovietici a Budapest, consigliere e assessore regionale. Madre di Pietro, funzionario della Banca d'Italia a Roma, palazzo Koch. Due secoli. Una casa con due secoli di storia vissuta, al primo piano di una palazzina d'epoca su piazza San Giovanni. Già all'ingresso trovate originali di Maria Lai e Bernardino Palazzi, Benedetto Ballero e Pietro Antonio Manca. O “Le falciatrici” di Giovanni Ciusa. O una scultura di Gavino Tilocca. Ma appena mettete piede nel salotto con vista sulla cattedrale di Santa Maria della Neve vi ritrovate uno dei pezzi che hanno fatto grande Oltralpe la scultura sarda del primo Novecento. No, non è una copia. È l'originale della “Donna che fa il pane” di Francesco Ciusa (Nuoro 1883-Cagliari 1949). Lo stesso mistero dei grandi classici, la stessa cifra della “Madre dell'ucciso”. Un bronzo scolpito nel 1907 con lo stile delle «lavoratrici che costellano l'arte europea con intenti veristico-sociali alla fine dell'Ottocento», aveva scritto Rossana Bossaglia in una monografia Ilisso. Un pezzo della storia dell'arte finito a casa per puro caso. «Eravamo per una breve vacanza sotto lo Stelvio, a Bormio. Siamo entrati in un negozio d'antiquariato. Il proprietario ci indica l'opera di Ciusa, ci propone l'acquisto, dice di non riuscire a venderla, di non sapere come liberarsene, sì, aveva usato proprio questa espressione. Mio marito teme che si tratti di una copia, telefona a Cagliari a Mario Ciusa Romagna. Il grande critico, nipote dello scultore, gli conferma che è proprio l'originale. Non crediamo ai nostri occhi. La compriamo a buon prezzo. Ce la spedisce, con tanto di assicurazione, a Nuoro. Ed eccola qui. Da sempre». È ritrovarsi con un originale dei grandi scultori del passato, per la Sardegna è come avere un Michelangelo, un Donatello. «Lo sappiamo. E ne siamo orgogliosi. Ma resta qui a casa. Con noi. Ovviamente la prestiamo per mostre internazionali. Ci fa solo piacere». Mozart. Una casa d'arte, un sottofondo musicale con Mozart e Mendelssohn. E il racconto di una vita alle elementari Podda, liceo classico al “Giorgio Asproni”, docenti di Lettere Virgilio Cannas, Elena Melis, Dora Virdis. Il primo anno di università a Cagliari, poi alla Sapienza, laurea (110 e lode) nel 1950 in Economia politica con Giuseppe Ugo Papi («un fascistone»). Una tesi sulla Sardegna «che aveva bisogno di una vera industrializzazione». Frequenta la corte d'assise ma preferisce specializzarsi in Lingue. E insegna Inglese. Lo perfeziona viaggiando tra il Regno Unito e gli States. «Seguivo anche i corsi di intonazione, amavo parlare bene, anche col linguaggio tecnico e commerciale. C'è un concorso. Sono l'unica ammessa all'orale. A Washington frequento la Georgetown University. Primo insegnamento al “Chironi” di Nuoro: Diritto ed economia, poi Inglese. Tra i miei alunni Salvatore Niffoi, contestatore intelligente». C'è il '68: «Per me è stato un periodo esaltante. Mi sono realizzata molto. La contestazione ha fatto crescere i giovani, li ha emancipati, ne ha fatto uomini. Io, talvolta isolata, ero dalla parte loro». E la scuola di oggi? «Ne sono rimaste alcune serie». E la Nuoro di oggi? «C'è tanta umanità. Urbanisticamente è stata rovinata. Vedere mille stili e le case viola ti deprime». Cineclub. Il matrimonio con Peppino Catte nel 1954. Matrimonio civile, «anche se celebrato in sagrestia. Avevo conosciuto mio marito al cineclub con i primi film del realismo italiano. E a Nuoro si discuteva. Vediamo “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. Il cineclub era frequentato da Raffaello Marchi, Giovanni Antonio Sulas, Carmela Lostia, Anna Cualbu. Si discuteva molto». Viaggi e scuola. E politica. Vicino a un padre «severo ma giusto, coerente». Decenni di insegnamento. Poi la pensione. Quando scatta il desiderio della lingua sarda. «Ero comandata all'Irsae. Con la Cgil ho il coordinamento dei corsi per le 150 ore per tutta la provincia di Nuoro. Rientravo da sola, anche da Villagrande, da Tertenia. Una volta finisco a Orgosolo nel cuore della notte. Trovo miei ex alunni che mi indicano la strada per casa. È stato un momento esaltante quello con i lavoratori. Ho fatto i corsi anche in carcere a Badu 'e carros. Mi sono sentita utile, con i miei colleghi, tutti motivati, desiderosi di far elevare i livelli di istruzione in Sardegna». Metamorfosi. E poi, virtus senectutis, corollario di una vita tra i banchi delle scuole, il grande amore per la lingua sarda. Nel libro “Educazione bilingue in Sardegna” ha scritto: «Il mio interesse per il problema educativo in una realtà bilingue come quella della Sardegna è nato dall'esperienza di insegnamento in una scuola monolingue che ha negato ai ragazzi, fin dall'infanzia, la possibilità di utilizzare lo strumento primario di pensiero. Alcuni alunni mi avevano confessato che per poter comprendere a fondo concetti di materie come l'economia, il diritto e la matematica, esposti in italiano nei testi scolastici, dovevano riformularli in sardo: sono dopo averli interiorizzati in questa lingua erano in grado di esporli in italiano a scuola». Scatta la metamorfosi: «Provo disagio nel non riuscire a parlare la lingua di Nuoro, mia città natale, con una pronuncia nativa. È una percezione dolorosa nella mia limitatezza nel piano comunicativo. È la vergogna di costringere a usare la lingua egemone, è un senso di mutilazione e di inferiorità». Vorrebbe che «fin dalla scuola materna e dalle elementari si offrisse la capacità di apprendimento delle lingue sul piano filologico. Cioè con metodo, con rigore scientifico». Confronti. Nascono i testi per Condaghes e i progetti multimediali. Su sardu jocande, «con lo stesso metodo usato per studiare le lingue straniere». Ed eccola confrontarsi con Michele Contini a Grenoble, con Eduardo Blasco Ferrer, gli studi sui testi di Giovanni Freddi, Ferdinand De Saussure, Tullio De Mauro, Alberto Mario Cirese, Roman Jakobson, Max Leopold Wagner, Antonio Sanna, Michelangelo Pira, Giulio Paulis, Elisa Nivola, Leonardo Sole. Per un sardo da conoscere, da imparare, da insegnare con metodo. Quello che ha segnato la vita di una donna diventata mito. Come la famiglia nella quale è nata e vissuta. Come la casa-museo dove continua a respirare storia e arte, bellezza e cultura. Sì. Nella solitudine religiosa di questa casa dove c'è l'anima dell'Atene sarda.

Da La Nuova Sardegna del 13/05/2013