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L'Icnusa di Levi, il cuore è Bacu Abis

Pubblicazione: 
Lunedì, 22 Luglio, 2013 - 12:48

 

C'è un luogo tra mito e storia, una terra “dove crescono le palme e si condensa il sale”: l'isola di Icnusa (senza acca, come in “Mirabilia” dello Pseudo Aristotele). Qui Rodmund, antico cavatore di piombo venuto da lontano, decide finalmente di mettere fine al suo viaggio verso il Sud. Qui, a Bacu Abis, presso il ruscello delle api selvatiche, costruirà un villaggio e farà nascere suo figlio. E col figlio, una nuova umanità. Questo luogo ameno, questo Eden incontaminato, è la Sardegna inventata - che diventa sempre più vera man mano che ci si avvicina - descritta da Primo Levi in “Piombo”: il suo esordio letterario, insieme con “Mercurio”. Scritti entrambi nel 1941 (a soli 22 anni) e inseriti nel 1975 tra i ventuno racconti del “Sistema Periodico”, sono i soli che non contemplino in alcun modo l'universo del Lager, semplicemente perché lo precedono.
Il fascino della Icnusa leviana, “terra di roccia e di vento” che ha “l'aria piena di odori di erbe amari e selvaggi, e la gente sembra forte e semplice”, ritorna ora con tutta la sua forza utopistica nell'intenso saggio di Angela Guiso pubblicato da Italica, la prestigiosa rivista di Italianistica della Toronto University, nel terzo volume del numero 90 del 2013. “La montagna e l'isola-Intersezioni iconiche nella narrativa di Primo Levi”, è il titolo dell'originale lavoro della critica letteraria nuorese, collaboratrice delle pagine culturali del nostro giornale, che nutre per lo scrittore-chimico piemontese un grande amore: ha scelto questo racconto giovanile – spiega - perché parla di Sardegna, e mette insieme la predilezione dell'autore per montagne, isole e foci di fiumi. Un'eredità questa, che deriva a Levi dall'interesse per la letteratura coloniale: Melville, Conrad, Kipling, London, ma anche dalla lettura di un testo, “La guerre du feu” di Rosny, un grande precursore della letteratura fantascientifica. La natura “centaura”, meticcia, dell'autore - ci dice Guiso, al suo terzo studio sul Levi fantastico - vien fuori in maniera chiara già in questo racconto d'esordio, che comprende in nuce le sue passioni ma anche i temi della sua ricerca: il viaggio, l'alpinismo, l'arte combinatoria della chimica, l'immagine dell'homo faber, presente con Faussone nella “Chiave a stella”. Rodmund cavatore di piombo, è un costruttore, ed è curioso della vita e degli altri, pur sapendo di dover morire presto, o proprio per questo. C'è in questo racconto - e nell'evidenza che gli dà il lavoro di Guiso - l'istinto insopprimibile di arrivare in un luogo primigenio che è un'isola, anche se non contempla spiagge, ma montagne. Un luogo incontaminato e felice, che nelle colorite descrizioni dell'autore ci riporta al Dante della Commedia e al Virgilio delle Georgiche. Della poetica di Primo Levi - che nel 1941, quando scrisse “Piombo”, non conosceva né l'orrore dei campi di concentramento né la Sardegna, (visiterà Bacu Abis, con la moglie, solo nel 1973) - è presente in maniera forte, qui come in altre occasioni narrative, l'urgenza di individuare un'enclave del riscatto, per ricreare gli spazi di una nuova storia possibile.
Maria Paola Masala

Da L'Unione Sarda del 21/07/2013