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"La rivoluzione in sottana e il 28 aprile", di Francesco Casula

Pubblicazione: 
Martedì, 17 Aprile, 2012 - 10:38

 

di Francesco Casula

Si avvicina il 28 aprile con Sa Die de sa Sardigna che ricorda la cacciata dei Piemontesi: per comprendere il significato di quell’avvenimento come dell’intero triennio rivoluzionario, del movimento antifeudale e dello stesso Giovanni Maria Angioy ho trovato di estrema utilità il saggio-ricerca “Rivoluzionari in sottana” edito da Albatros-Il Filo di Roma, di Massimo Pistis, un giovane che ha al suo attivo anche romanzi e poesie. Particolarmente interessante il capitolo Terzo, in cui Pistis, in sintonia con la nuova concezione storiogra­fica degli “Annales”, indaga a tutto campo, "dalla cantina al sola­io", superando la "vecchia storia" tutta incentrata sull'evento politico-militare dei "grandi uomini" e si sofferma invece sulla situazione economica, sociale, culturale, scolastica di un piccolo centro come Ales o sul ruolo della Chiesa locale. Ancor più significativo è il capitolo Quarto con i Moti Ale­resi e le reazioni delle popolazioni nei confronti delle vessa­zioni e delle tassazioni feudali non più tollerabili. Infine intrigante l'ipotesi, avanzata dall’Autore, sia pure come semplice dubbio, che potesse essere stato lo stesso vescovo di Ales e Terralba, Michele Antonio Aymerich, a ispirare l'attività dei propri col­laboratori, accusati di essere amici di Angioy, quali il suo cap­pellano e un canonico della Cattedrale, che lo accompagnaro­no a Torino, per la famosa missione delle Cinque domande, in rappresentanza dello stamento ecclesiastico Si tratterebbe di un'ipotesi clamorosa: era infatti noto il suo "conservatorismo" ed era figlio del marchese di Laconi, Ay­merich di Villamar: clamorosa ma non assurda. Anzi, “conseguente e interessante”,la definisce Pistis, ricordando non solo i due collaboratori fìlorivoluzionari ma il Vicario generale della Diocesi Pietro Obino Meloni, zio dei fratelli Obino di Santu­lussurgiu, angioiani anche loro a cui gli Stamenti negarono il passaporto. Da parte mia aggiungo che il vescovo Monsignor Aymerich, parlando a Torino in nome dei tre Sta­menti, in occasione della presentazione delle Cinque domande, sostenne la necessità di convocare ogni anno il Parlamento e di conferire solo ai sardi residenti tutte le cariche civili e reli­giose dello Stato. Si dirà che non si tratta di posizioni antifeu­dali, certo, ma neppure si possono assimilare a quelle conservatrici e filosabaude.

Pubblicato su SARDEGNA Quotidiano del 17-4-2012

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