Mercoledì, 20 Settembre 2017
Unitelsardegna Logo
Piattaforma didattica >>
 

Gramsci la Sardegna,la lingua sarda, le tradizioni popolari, di Francesco Casula

Pubblicazione: 
Martedì, 4 Giugno, 2013 - 11:07

 

Gramsci, la Sardegna, la lingua sarda, le tradizioni popolari.

Conferenza a Flumini di Quartu 6-6-2013
Biblioteca Comunale
Organizza l’Associazione ITA MI CONTAS

di Francesco Casula

La “sardità” di Antonio Gramsci:
“Tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”: Lettera a Gramsci di Eric Hobsbawm pubblicata sull’Unione sarda il 24 aprile 2007. Lo storico britannico è il celebre autore di “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”.

1.. Gramsci e la Sardegna (con il colonialismo interno)
“La Sardegna –scrive Eugenio Orrù- non è per Gramsci una mera espressione geografi¬ca e neppure soltanto il luogo degli affetti, un luogo della memoria, l'infanzia della politica. La Sardegna è espressione di soggettività, di lingua, di cultura, di storia di un popolo distinto, che vive nella storia pluralistica dell'Italia e deve esistere, esserci, come il Mezzogiorno continentale, come la Sicilia, con una pre¬senza paritaria nel contesto unitario dello Stato italiano [cfr. il saggio del '26 sul¬la "Questione meridionale" e i Quaderni 1, 14, 19, 1929, 1932-'35, ibidem].
La lingua, la cultura, la storia della Sardegna sono ricchezza e vanno studiate e vissute. Non è dunque solo tattica, ma è frutto di strategia, di convinzione politi¬ca radicata l'appello -ispirato da Gramsci- dell'Internazionale contadina, indi¬rizzato il 21 settembre 1925 al V Congresso di Macomer del Partito Sardo D'Azione, appello peraltro preceduto dalla lettera del settembre 1923 all'esecuti¬vo del P.C.d'L, dove egli parla di "Repubblica federale degli operai e dei conta¬timi". Ecco, anche da qui un'ulteriore interlocuzione con Gramsci: da qui si può desumere un concetto di autonomia come autogoverno, come democrazia e insieme un concetto di identità non come separazione e chiusura, ma come pro¬getto e affermazione di sé, nel dialogo, nella partecipazione, nell'apertura all’Italia  e al mondo.
“Dalla Sardegna –ricorderà il suo compagno di studi e di partito, Palmiro Togliatti, il leader massimo dell’allora Partito comunista italiano, commemorandolo nel 1947 nel Municipio di Cagliari in occasione del decimo anniversario della sua morte- venne ad Antonio Gramsci il primo impulso, la vocazione iniziale della Sua vita; ciò che egli aveva visto, osservato, sofferto in Sardegna, diventò elemento fondamentale per la elaborazione del Suo pensiero politico, spinta decisiva alla esplicazione della Sua attività pratica di dirigente della classe operaia e dei lavoratori italiani”.
Con la Sardegna e con le sue radici Gramsci mantenne sempre un rapporto molto stretto: certo per motivi affettivi –basta ricordare le sue Lettere dal carcere- ma non solo. I ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza trascorsi soprattutto a Ghilarza prima e a Cagliari poi, durante il periodo del Liceo al “Dettori” (1908-1911), rimasero sempre impressi in tutta la sua esistenza e certo lo aiutarono a livello umano, fra l’altro forgiandolo nel suo carattere forte e coriaceo, unico strumento per superare le immani difficoltà che dovrà attraversare nella sua tormentata vita –si pensi in modo particolare al carcere- ma diedero corpo anche alla sua complessa elaborazione intellettuale e politica.
“Gramsci –ricorda l’ex parlamentare Battista Columbu in un appassionato intervento1 in occasione del 50° anniversario della morte- fu sardo di nascita; sardo perché amò la sua terra d’immenso amore, l’am0 così com’essa è, con la sua bellezza semplice, con le sue asperità, con i suoi contrasti, con le sue sofferenze, con le sofferenze del popolo sardo che egli conobbe, comprese, condivise”.
Di queste sofferenze egli parlerà a più riprese, fra l’altro scrivendone il  16 Aprile  1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo “I dolori della Sardegna”. In cui ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché –aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale” 2
E non si tratta di fantasie. Proprio nel Congresso cui fa cenno Gramsci –che si tenne tra il 10 e il 15 Maggio del 1914, fu il primo Congresso regionale sardo di Roma e non l’ultimo come sbagliando afferma Gramsci che per di più lo colloca nel 1911- ci fu chi come il deputato Carboni-Boy dimostrerà nella sua relazione che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione  alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”.
In effetti per conseguenza di quel regime fiscale l’abitante della Sardegna versava allo Stato complessivamente lire 3,53 di imposte e risultava quindi “gravato come quasi e anche di più sosteneva il Carboni-Boy- di quello di regioni ricchissime” quali il Piemonte (lire 3,78), il Lazio (lire 3,56), la Toscana (lire 2,66)3 .
Lo stesso Gramsci il 14 Aprile del 1919, in un altro articolo, titolato significativamente La Brigata Sassari e pubblicato sempre nell’edizione piemontese dell’Avanti aveva parlato di sfruttamento coloniale della Sardegna da parte della classe borghese di Torino. “Non siamo –commenta lo storico sardo Federico Francioni- di fronte all’uso di una parola ad effetto, in quanto Gramsci dimostra di essere convinto dell’esistenza di un colonialismo esercitato ai danni dell’Isola” 4.
“Colonia, colonialismo -continua Francioni- ecco due termini, potremmo dire quasi due parolacce che gli storici, gli intellettuali sardi, fatte poche, pochissime eccezioni, hanno sempre cercato di rimuovere, come dire di esorcizzare” 5.

Eppure di colonialismo si trattava –o si tratta ancora oggi?-
• con la rapina delle risorse, segnatamente attraverso lo sfruttamento delle miniere e la distruzione delle foreste sarde;
• con l’esasperata e sproporzionata pressione fiscale che il parlamentare l’avvocato Enrico Carboni-Boy nella sua relazione al Congresso tenuto dai Sardi a Roma, aveva ben illustrato, quantificato e documentato;
• con la politica doganale –in seguito alla rottura dei trattati commerciali con la Francia-  che aveva privato i prodotti tradizionali sardi degli sbocchi di mercato;
• con l’emigrazione dei lavoratori sardi –le forze più produttive- verso le Americhe: ben centomila lasciarono l’Isola;
• con l’allocazione di tutti i centri decisionali e di potere a Torino: ad iniziare dai Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie sarde e di alcune società minerarie i cui membri –sottolinea Gramsci- erano lautamente retribuiti.

1. In La questione meridionale, atti del Convegno di studi, Cagliari 23-24 ottobre 1987, Pubblicazione del Consiglio regionale della Sardegna, pag. 378-379.
2. In Antonio Gramsci- Scritti 1915-1921. Nuovi contributi a cura di Sergio Capriogli :I Quaderni de “Il Corpo”-1968, pagg.103-104.
3. In Atti del Primo Congresso Regionale Sardo tenuto in Roma in Castel Sant’Angelo dal 10 al 15 Maggio 1914, promosso e organizzato dall’Associazione fra i Sardi in Roma. Coop. Tipografica Ma nunzio, Roma, 1914, pagg.143-144.
4.In La questione meridionale, atti del convegno di studi, op. cit. pag. 125.
5.Ibidem pag.125.

 

2. Gramsci e la Lingua sarda

Le Lettere dal carcere scritte dopo il suo arresto sono dirette per la gran parte ai familiari: alla moglie e ai figli, alla cognata, alla madre, alle sorelle e al fratello Carlo. Solo alcune sono indirizzate agli amici.
Per la prima volta furono pubblicate in un volume uscito nel 1947 che ne comprendeva 218. Nel 1965 un nuovo volume ne comprenderà 428, delle quali 119 fino ad allora inedite. Esse risultano un grandioso e insieme toccante documento autobiografico testimonianza umana culturale ed etica. Esse oltre a costituire un documento di insostituibile interesse storico e letterario rappresentano un’avvincente testimonianza psicoantropologica, una vita ricca di eventi significativi e persino drammatici. Eccone una1 diretta alla sorella Teresina in cui affronta la questione della Lingua sarda.

1) In Lettere da carcere, di Antonio Gramsci a cura di Sergio Caprifoglio ed Elisa Fubini. Introduzione e note di Sebastiano Vassalli, Giulio Einaudi editore, 1965. 

Carissima Teresina,
mi è stata consegnata sola pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la foto¬grafia di Franco1. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratula¬zioni; mi manderai, è vero? anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito mol¬to che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli po-chissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo2 e alla sua stirpe campidanese e forse addirit¬tura maurreddina3: e Mimì a chi somiglia? Devi scri¬vermi a lungo intorno ai tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Fran¬co mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispia¬ceri a questo proposito. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse libe-ramente il sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambi¬ni. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé4, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino piú lingue, se è pos¬sibile. Poi, l'italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca5, fatta solo di quelle poche fra¬si e parole delle vostre conversazioni con lui, pura¬mente infantile; egli non avrà contatto con l'ambien¬te generale e finirà con l'apprendere due gerghi6 e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza.
Ti racco¬mando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontanea¬mente nell'ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt'altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola7; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esem¬pio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre8, come era naturale e necessario, ma rapida-mente è andato apprendendo anche l'italiano e can¬tava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confondersi o confondere le parole dell'una e dell'al¬tra lingua. Io volevo insegnarli anche a cantare: «Lassa sa figu, puzone»9, ma specialmente le zie si sono opposte energicamente[…].
Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini
Nino

Note presenti nel testo
1. Teresina Gramsci Paulesu ebbe quattro figli: Franco, Mim¬ma (« Mimí »), Diddi e Marco,
2. Paolo Paulesu, marito di Teresina Gramsci.
3. Maureddu si chiama chi abita il Campidano, cioè la pianura tra i golfi di Oristano e di Cagliari e,   in generale, le regioni meri¬dionali della Sardegna.
4. Effettivamente l'idioma sardo viene considerato dagli stu¬diosi come una lingua a sé stante, con vicende storiche sue pro¬prie che ne fanno un caso singolare e autonomo nell'ambito delle lingue romanze
5. Cioè limitata nel lessico («povera») e perciò incompleta (« monca »).
6. Si dice « gergo » un linguaggio convenzionale, quale può for¬marsi all'interno di gruppi sociali isolati.
7. Forma influenzale a carattere epidemico, comparsa per la prima volta in Europa nel 1918.
8. Cioè il russo.9. « Lascia il fico, o uccello » (in sardo).

               In questa lettera del 26 Marzo del 1927,scritta alla sorella Teresina dal carcere, giustamente notissima e super citata, Gramsci rivela una serie di intuizioni formidabili sull’importanza, sull’utilità, sul ruolo e la funzione della lingua sarda, specie per quanto attiene allo sviluppo del bambino e allo stesso apprendimento dell’italiano.
       Per intanto ammette che “è stato un errore non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo”. Si tratta di un errore oltremodo diffuso nella cultura e nell’intera scuola italiana, ancora oggi  ma soprattutto nel passato.
                       Un errore e un pregiudizio che deriva da lontano: basti pensare ai primi Programmi della Scuola italiana ,impostati a partire dall’Unità e dalla Legge Coppino del 1867 secondo una logica statoiatrica e italocentrica, finalizzata  a creare una supposta coscienza “ unitaria “  un cosiddetto spirito “ nazionale “, capace di superare i limiti – così erroneamente si pensava – di una realtà politico-sociale estremamente divisa, differenziata e composita sul piano storico, linguistico e culturale.
                        Così, tutto ciò che anche lontanamente sapeva di locale – segnatamente la storia e la lingua– fu rigidamente espunto ed espulso dalla scuola, represso e censurato, messo a tacere e bandito o comunque marginalizzato nella vita sociale.
                        Questo processo continuerà e anzi si accentuerà enormemente nel periodo fascista, in cui si tentò addirittura di cancellarla e decapitarla la lingua sarda come pure la storia e in genere quanto atteneva al locale, allo specifico, al particolare: elementi tutti che avrebbero –secondo l’ideologia fascista– attentato all’unità nazionale dello Stato, concepito in modo rigidamente monolingue e monoculturale.
                         Ebbene Gramsci, proprio in questo periodo storico e in questa temperie culturale ed ideologica ha il coraggio di andare controcorrente, anche su questo versante: “ non imparare il sardo da parte di Edmea – sostiene  - ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia....è bene che i bambini imparino più lingue.... ti raccomando di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire : tutt’altro”.
      Il grande intellettuale sardo esprime in questa lettera una serie di posizioni sulla lingua materna, che i linguisti e i glottologi nonchè gli studiosi delle scienze sociali: psicologi come pedagogisti, antropologi come psicanalisti e persino psichiatri avrebbero in seguito articolato, argomentato e rigorosamente dimostrato come valide, in modo inoppugnabile.
                          Ovvero che il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa  l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese.  
      Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di  grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche.
     Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica – proprio il nostro caso di sardi – che, come sostiene uno dei massimi studiosi e sostenitori, J. A. Fisman1 non è da considerarsi un fatto increscioso da correggere e da controllare ma una condizione che agisce positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo cognitivo e relazionale, base di potenzialità linguistiche-coscienziali straordinariamente estese, tanto che l’educazione bilingue ha delle funzioni che vanno al di là dell’insegnamento della lingua.                                                                   Ovvero che la lingua materna, la cultura e la storia locale hanno un ruolo fondamentale e decisivo  nello sviluppo degli individui, soprattutto dei giovani,  partendo “dall’ambiente naturale in cui sono nati “:
• per allargare le loro competenze, soprattutto comunicative, di riflessione e di confronto con altri sistemi;
• per accrescere il possesso di una strumentalità cognitiva che faciliti l’accesso ad altre lingue;
• per prendere coscienza della propria identità  etno - linguistica ed etno – storica, come giovane e studente prima e come persona adulta e matura poi;
• per personalizzare l’esperienza scolastica, umana e civile, attraverso il recupero delle proprie radici;
• per combattere l’insicurezza ambientale, ancorando i giovani a un humus di valori alti della civiltà sarda: la solidarietà e il comunitarismo in primis;
• per superare e liquidare l’idea del “sardo“ e di tutto ciò che è locale come limite, come colpa, come disvalore, di cui disfarsi e, addirittura, “vergognarsi”;
• per migliorare e favorire, soprattutto a fronte del nuovo “ analfabetismo di ritorno “, vieppiù trionfante, soprattutto a livello comunicativo e lessicale, lo status linguistico. Che oggi risulta essere, in modo particolare nei giovani e negli stessi studenti, povero, banale, improprio, “ gergale “: esattamente come aveva profeticamente previsto e denunciato Gramsci. 
      Lo studio e la conoscenza della lingua sarda, può essere uno strumento formidabile per l’apprendimento e l’arricchimento della stessa lingua italiana e di altre lingue, lungi infatti dall’essere “un impaccio“ , “ una sottrazione” , sarà invece un elemento di “addizione”, che favorisce e non disturba l’apprendimento dell’intero universo culturale e lo sviluppo intellettuale e umano complessivo. Ciò grazie anche alla fertilizzazione e contaminazione reciproca che deriva dal confronto sistemico fra codici comunicativi delle lingue e delle culture diverse, perchè il vero bilinguismo è insieme biculturalità, e cioè immersione e partecipazione attiva ai  contesti culturali di cui sono portatrici, le due lingue e culture di appartenenza, sarda e italiana per intanto, per poi allargarsi, sempre più inevitabilmente e necessariamente, in una società globalizzata come la nostra, ad altre lingue e culture.           
      Anche da questo punto di vista il pensiero gramsciano è di una straordinaria attualità. A più riprese infatti nelle sue opere sottolinea l’importanza del Sardo in quanto concrezione storica complessa e autentica, simbolo di una identità etno- antropologica  e sociale, espressione diretta di una comunità e di un radicamento  nella propria tradizione e nella propria cultura.
      Una lingua che non resta però immobile –come del resto l’identità di un popolo– come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, per Gramsci, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
Dal punto di vista formale in questa “Lettera” –ma anche nelle altre- Gramsci rivela una scrittura semplice e insieme intensa, talvolta persino scherzosa e ironica, mai “letteraria”, di una naturale altezza e forza morale. La sua capacità di interessarsi profondamente e amabilmente delle vicende dei suoi familiari, dell’educazione dei bambini, cui racconterà favole e storielle, rivelano un uomo dall’alta statura umana ed etica, affettuosamente e profondamente legato alla sua terra, alla sua lingua, alle sue tradizioni. Pur infatti nel carcere² e nelle privazioni riesce sempre a mantenere un eccezionale equilibrio tra raziocinio e fantasia e un dominio tranquillo sulla realtà, tanto che raramente il carcere nelle <Lettere> “si sente”. Eppure, come scriverà in <Passato e Presente>:”la prigione è una lima così sottile, che distrugge completamente il pensiero, oppure fa come quel mastro artigiano, al quale era stato consegnato un bel tronco di legno d’olivo stagionato per fare una statua di San Pietro, e taglia di qua, taglia di là, correggi, abbozza, finì col ricavarne un manico di lesina” .

1. In Istruzione bilingue, Minerva Italia, 1979, Bergamo)

 

6. Antonio Gramsci e le tradizioni popolari
                     
L’interesse di Antonio Gramsci per le tradizioni e la cultura popolare è enorme. Esso significa anche curiosità per “...le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi  Pirione di Bolotana ... le gare poetiche.... le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio .... la festa di Sant’Isidoro riesce ancora grande?Lasciano portare in giro la bandiera dei quattro mori”….
“Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927 – che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
In altre opere ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo così – fra l’altro–  l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In  altre occasioni sottolinea che  folclore è ciò che è e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita“, “riflesso della condizione di vita culturale di un popolo in contrasto con la società ufficiale“.
Anche –se non soprattutto- “per la riappropriazione della propria individualità storica”.
Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“ ovvero l’idoleggiamento della tradizione, il rimpianto e la nostalgia arcadica e sentimentale per il passato, l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce, malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata, nella celebrazione di quei “valori” che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le “operazioni conservatrici e reazionarie” legando vieppiù il folclore “alla cultura della classe dominante“.
      In altre lettere –per esempio in quelle del Novembre del 1912 e 26 Marzo del 1913 alla sorella Teresina– chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927– si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il “grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada” . In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli “la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas”.
    E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: “lassa su figu, puzzone“ .
    Ma il Sardo di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è solo un fatto sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare per inciso che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia di qui le sue ricerche sulla lingua sarda  e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna: ”Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu”1 Non è da escludere inoltre che sia stato proprio su suo suggerimento che il Consiglio italiano dei contadini prometta di fare una traduzione in lingua sarda dell’appello rivolto dal Krestintern (Consiglio internazionale dei contadini di Mosca) al Partito sardo d’Azione in occasione del suo 5° Congresso in Macomer il 27 Settembre del 1925. A dimostrazione che il Sardo è una Lingua che può – e deve, aggiungo io – essere utilizzata per esprimere l’universo culturale, compreso il messaggio politico, e non solo dunque –come purtroppo oggi ancora pensano e sostengono– contos de foghile!
      A questo proposito –e con questa citazione ho terminato– mi piace ricordare quanto sostiene il già citato J. A. Fishman: ”Ogni e qualsiasi lingua è pienamente adeguata a esprimere le attività e gli interessi che i suoi parlanti affrontano. Quando questi cambiano, cambia e cresce anche la lingua. In un periodo relativamente breve, qualsiasi lingua precedentemente usata solo a fini familiari, può essere fornita di ciò che le manca per l’uso nella tecnologia, nella Pubblica Amministrazione, nell’Istruzione”.                                                                                                               

1) sul quotidiano “Avanti” edizione piemontese del 13 Luglio 1919.