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“In Sardegna nessun benessere senza il bilinguismo perfetto”

Pubblicazione: 
Mercoledì, 12 Giugno, 2013 - 12:40

 

Così sono i dibattiti, quelli veri: sai dove iniziano ma non sai dove possono andare a finire. Era stato il sociologo Marco Zurru ad ad avviare la discussione con un suo intervento (“Imprenditori deboli e incapaci di fare rete. Anche per questo la Sardegna è periferia d’Europa”) sui dati forniti dal Rapporto sul Mercato del lavoro in Sardegna 2012, curato da Lilli Pruna. A Zurru aveva risposto il filosofo della scienza Silvano Tagliagambe (“Basta con l’illuminismo applicato, contro il declino dell’isola servono partecipazione e identità locali”), a cui ha fatto seguito sul suo blog il linguista Roberto Bolognesi. Ed è l’intervento di Bolognesi che oggi vi propongo, insieme alle risposte date da Tagliagambe in alcuni commenti postati su questo blog.

 

In un corposo intervento nel blog di Vito Biolchini, Silvano Tagliagambe getta una serie di basi teoriche per comprendere il declino della Sardegna.

Questo declino – per il resto non limitato alla Sardegna – nasce dal decremento del capitale sociale, definito come l’insieme non solo delle istituzioni, ma in questo caso soprattutto delle norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali, che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere.

A livello aggregato il capitale sociale, distinto dal capitale umano a cui pure è collegato, è un fattore di sviluppo umano, sociale, economico. Esso è il sistema di valori condiviso, che rappresenta un tratto dell’identità di un sistema paese, che si fissa nel lungo periodo, per via di consuetudini e principi che si tramandano di generazione in generazione. La debolezza di questo meccanismo di trasmissione ha reso difficile, in Italia, acquisire e arricchire questa eredità, accrescendone le opportunità.

Quando è entrato in crisi, in Sardegna, questo sistema di valori condiviso?

A me sembra chiaro che questo sia avvenuto tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, con l’avvento della scolarizzazione di massa, l’emigrazione di un terzo dei Sardi, la campagna militare e mediatica contro il “banditismo” e la susseguente – e conseguente – adozione dell’”italiano”, dai parte dei genitori, nell’allevamento dei figli.

Il periodo in cui su sardu si furrieit a limba de su famine, come ha scritto Nanni Falconi e come ha attestato negli anni Novanta il Rapporto Euromosaico, commissionato dall’Unione Europea.

Il rifiuto della propria lingua nel rapporto con i propri figli stava per il rifiuto di tutta la propria identità sarda, associata, come attestato dal Rapporto Euromosaico, all’arretratezza sociale ed economica.

E secondo Tagliagambe “quanto all’identità, essa rappresenta un elemento la cui creazione e il cui consolidamento scaturiscono da tutte le funzioni, gli aspetti e i processi che costituiscono un importante fattore di coesione e di stabilità di un territorio e di un contesto sociale in un contesto dinamico. Senso di appartenenza e orgoglio locale sono infatti elementi che rafforzano le propensioni cooperative e sinergetiche, sia sviluppando

“reti di protezione” alle singole imprese nei momenti di difficoltà, sia incrementando il potenziale di creatività locale.
Il concetto di identità, in questo quadro generale, è dunque espressione diretta della struttura sociale e delle relazioni fra i soggetti che la compongono. A caratterizzarlo è l’intreccio di fattori fisici, culturali, relazionali ed economici che determinano la forma e la qualità dei singoli insediamenti e condizionano la formazione della base economica e produttiva di ogni specifica comunità”.

A partire dagli anni Sessanta, allora, in seguito al progressivo distacco dalla propria identità da parte degli adulti, i giovani sardi sono stati scaraventati in un vacuum linguistico, culturale, identitario, riempito alla bella e meglio dal cosiddetto Italiano Regionale di Sardegna, dalla scuola e dalla televisione.

Alla bella e meglio, appunto.

Infatti la scuola si è guardata bene dal prendere atto che l’”italiano” dei Sardi non è l’italiano della scuola e che la questione linguistica in Sardegna non si era risolta con la pseudo-italianizzazione dei Sardi.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno – o quasi – ne vuole prendere atto.

Il 36% dei giovani sardi non è in grado ci comprendere un testo semplice in italiano.

La dispersione e il ritardo scolastici sono a livelli record.

Non sorprende allora che anche la disoccupazione giovanile sia da record.

I tassi di ritardo scolastico sono pari a quelli di altre regioni abitate da minoranze linguistiche e – guarda caso – in controtendenza rispetto all’Italia meridionale (Ritardo scolastico e lingua).Con una differenza, i giovani Sardi – ma qui bisogna andarci cauti, perché studi non ne esistono – non padroneggiano l’italiano standard, né possiedono una competenza adeguata del sardo, per lo meno a livello pragmatico, di uso “educato”.

In questo video, Tagliagambe accenna al fatto che conoscere la lingua locale rafforza il legame con la comunità di appartenenza.

Ma in Sardegna le cose sono ormai linguisticamente così degenerate che l’insegnamento contrastivo del sardo e dell’italiano servirebbe soprattutto a mettere un po’ di ordine grammaticale e lessicale in quel miscuglio parlato dai Sardi e sistematicamente rifiutato dalla scuola.

Per arrivare a una società capace di esprimere innovazione, Tagliagambe mette in chiaro che

è necessario [riprendere e sottolineare la funzione di quella che Zurru chiama la “pasta” della forza dei localismi produttivi e dei distretti industriali, vale a dire la cultura (e la pratica) delle reti,  l’identità e la coesione sociale dei territori e delle comunità di appartenenza], a mio parere, in quanto tutte le riflessioni e gli approfondimenti sui presupposti e sulle caratteristiche di una società capace di esprimere innovazione convergono nell’individuare, come suo tratto distintivo e aspetto caratterizzante, la centralità del nesso fra:

innovazione;
partecipazione;
concertazione;
sussidiarietà;
istruzione/formazione

Ma come arrivarci a esprimere innovazione in una società in cui i giovani parlano una non-lingua, rifiutata dalla scuola, e rifiutano, o non conoscono a sufficienza, la lingua originaria della loro comunità?

Questi giovani non possono istruirsi/formarsi adeguatamente, né possono partecipare in pieno alla vita sociale.

Né possono formarsi un’identità legata alla comunità.

E senza identità, niente ricchezza, dato che

senso di appartenenza e orgoglio locale sono infatti elementi che rafforzano le propensioni cooperative e sinergetiche, sia sviluppando “reti di protezione” alle singole imprese nei momenti di difficoltà, sia incrementando il potenziale di creatività locale.

In altri termini, senza la realizzazione del bilinguismo perfetto e dell’autogoverno culturale, in Sardegna non ci sarà benessere.

A quando un Tagliagambe in prima fila per la realizzazione del bilinguismo perfetto in Sardegna?

Roberto Bolognesi

***

Un ringraziamento a tutti coloro che hanno letto e voluto commentare questo mio intervento che, ovviamente, non voleva (e non poteva) essere esaustivo e affrontare tutti i problemi di fronte ai quali ci troviamo. Segnalo solo due cose: sulla lingua come mezzo principale di espressione dell’identità ho fatto un’apposita TED Conference che è stata messa in rete qualche giorno fa (ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=U4vkWAeYjIM9) per cui non mi sembrava il caso di ripetere anche qui lo stesso ragionamento.

Quanto alla dispersione scolastica lo considero un problema talmente grave da aver esplicitamente denunciato il fatto il fatto che “sono stati colpevolmente e insopportabilmente ridotti gli investimenti in capitale umano (scuola, università, ricerca, formazione professionale di elevato profilo)”. E questa è una delle cause (anche se non la sola, ovviamente) all’origine di questa dispersione.

Se partiamo dal presupposto, che cerco di proporre e argomentare nella Ted conference sui vantaggi cognitivi del bilinguismo, che non ci possa essere innovazione senza radicamento, in quanto non può avere la minima efficacia un cambiamento troppo invasivo, esteso e violento di un registro linguistico e culturale e di uno stile di pensiero, allora il vacuum linguistico, culturale, identitario in cui sono stati scaraventati i giovani sardi a partire dagli anni sessanta, di cui parla Roberto Bolognesi nel suo blog commentando la mia conferenza, diventa un processo da approfondire con la massima attenzione.

Far risalire le cause dell’attuale dispersione scolastica a quel momento significa rendersi conto che la proiezione in un contesto linguistico e culturale diverso da quello tradizionale, operata senza la necessaria gradualità e, soprattutto, senza la mediazione di un riferimento all’identità intesa non in modo retorico e astratto, bensì come manifestazione diretta della struttura sociale e delle relazioni fra i soggetti che la compongono (inclusi ovviamente, e in prima istanza, i processi espressivi e comunicativi, articolati in contesto, codice, canali) ha originato una rottura e uno strappo che vanno ricomposti.

Ho pensato che almeno un avvio di questa ricomposizione potesse essere ottenuto producendo, per la scuola della nostra Regione, materiali didattici innovativi e originali in sardo, italiano e inglese per le scuole di ogni ordine e grado, a partire dalle elementari (e possibilmente ancora prima, dalle scuole dell’infanzia).

Questo era l’aspetto che caratterizzava il progetto Semidas-Scuola digitale, di cui ci si chiede ora, in uno dei commenti, che fine abbia fatto. Rispondo: è arrivato fino alla pubblicazione del bando di gara da parte dell’Assessorato della Pubblica Istruzione che poi lo ha revocato all’inizio di agosto dell’anno scorso, addirittura dopo la sua scadenza. E, malgrado tutti gli impegni assunti e le promesse sbandierate ai quattro venti, anche in conferenze stampa ai massimi livelli, a tutt’oggi non c’è traccia del nuovo bando, che doveva uscire entro il termine massimo di due mesi dalla revoca del precedente: e di mesi ne sono passati più di dieci.

Non solo ma si è deciso di delegare completamente al Ministero della Pubblica Istruzione la gestione del progetto, a cominciare dal momento delicatissimo del processo di formazione e aggiornamento degli insegnanti.

Chi voglia saperne (e capirne) di più sul progetto e sul perché è stato boicottato può ascoltare il recente intervento di Roberto Maragliano al Convegno La crisi economico-politica dei contenuti del sapere e delle sue forme di trasmissione, tenutosi a Bologna il 6 giugno u.s. http://www.mediaevo.com/seminario/ e leggere l’illuminante articolo di Luca De Biase sul Sole24ore del 16 dicembre 2012 (reperibile digitando su Google 4028-164513566 poi cliccando Crossroads-Politecnico di Torino e nella pagina che si apre, in fondo, Download PDF).

Silvano Tagliagambe

 

Fonte